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Ho gli occhi chiusi.
Percepisco il freddo sulla mia pelle, è la finestra aperta.
Sento ancora quell'odore di candeggina, l'odore di chiuso che emanava la mia stanza.
Vedo buio ma anche prima vedevo buio, non avevo la forza di aprire le tapparelle.
Il sapore salato delle mie lacrime.
Toccavo il suo viso, volevo imprimere nella mia testa ogni suo lineamento, volevo ricordarmelo in ogni sua forma. E quindi tracciavo con le dita delle linee immginarie, imprimevo i dettagli, il neo sul sopracciglio destro, gli occhi, la barba, le labbra. Mi sentivo in colpa a pensare che ogni volta, potesse essere l'ultima volta.
Ho i brividi a dirlo.
Volevo ricordarlo in ogni dettaglio, volevo vederlo anche se il nostro capitolo era concluso, non volevo ripensamenti e, ogni volta, volevo disperatamente che mi salvasse.
E' sbagliato, riporre speranze quando stai male in una persona sola, affidarti per non cadere, ma gli attimi con lui, i momenti in cui riuscivamo a stare bene insieme, mi facevano dimenticare per un attimo la realtà: stavo affondando.
Ho sempre pensato di non meritare quel dolore, mi reputavo una persona buona, ma allo stesso tempo percepivo la vergogna di non riuscire ad essere felice e alla fine, ho creduto di non poterlo più essere.
Ero una bambina quando ho iniziato a sentirmi sbagliata.
Avevo tredici anni quando ho capito di non andarmi bene, il passare dal dolore fisico a quello emotivo, la privazione di cibo, l'elastico al polso, i gruppi segreti.
Avevo sedici anni quando mi sono innamorata e ho confessato quella sensazione ad una persona che realmente mi vedeva.
Avevo diciannove anni quando mi ha lasciata, continuando a far parte della mia vita, creandomi confusione.
Avevo ventun anni quando ho toccato il fondo della mia vita, l'oscurità intorno a me. Lui c'era, ma non meritava di viversi il mio dolore.
Avevo ventidue anni quando ci siamo allontanati, per il bene di entrambi.
In quell'anno ho cercato di tirarmi su, ricominciare, lavorare su me stessa.
Ho ventitrè anni ora, mi vergogno di essere stata così male.
Non ho storie toccanti, ho una casa, una familia meravigliosa, amici, eppure ho passato metà della mia vita ad essere evanescente, a nascondermi, cercare di essere felice e gli ultimi tre a sopravvivere.
Nell'altro testo ho scritto di sentire freddo, ogni volta in cui cerco di ricordarmi dei momenti passati a sopravvivere, sento brividi su tutto il corpo, ma non riesco a sentire nient'altro.
Avrei la necessità di sfogarmi, di piangere, dopo tutte quelle notti passato a farlo, non sempre, anche una volta, ma non riesco.
Non ho mai accettato di stare male, non ho mai creduto di meritarmi di stare bene.
Sto cercando di elaborare la cosa ora che dopo tanta fatica sto riuscendo a vivere. Mi è stato detto che scrivere aiuta.
Ho iniziato a scrivere qui più di sette anni fa, rileggere quei testi mi fa sorridere, perchè ero già arrabbiata col mondo per farmi così male, ma alla fine il male me lo sono sempre fatto io.
Ho parlato tanto di bene e male, come se non ci fossero altri termini, vivere e morire, sopravvivere.
Diciamo che ho sempre creduto che il mondo potesse essere di un solo colore e, per me, era tutto nero.
Ho iniziato a vedere più colori ora, sorrido, mi emoziono nei momenti belli, ma quando la mia mente vaga troppo, come questa notte, torno a vedere il grigio.
Ho iniziato a scrivere parlando di ciò che mi evocano quei ricordi, quei pensieri. Ho parlato di quel ragazzo non per l'amore in sè che abbiamo provato per anni l'uno per l'altra, ma perchè è stato il custode segreto del mio dolore per anni, il mio sostenitore, l'unica persona che quando parlo di ciò che ho vissuto, mi crede.
Io sono sempre stata come l'apostolo Tommaso, se non vedo non credo, quindi non biasimo se le persone intorno a me con cui ho sempre finto, non capiscano determinate dinamiche. Lui però ha visto, mi ha vista.
Lui è testimone di ciò che ho vissuto e talvolta vivo tutt'ora. Lui sa.
E questo mi fa sentire come se non me lo fossi immaginata, come se quel dolore c'era e c'è tutt'ora, e che quindi, può essere curato.
Mi fa sentire come se io fossi malata, non in senso negativo, come se a tutto quel dolore qualcuno possa dare un nome. E ciò che ha un nome, a volte, ha una cura. E' così che mi sono sentita anche la prima volta che lo psicologo mi ha parlato di depressione.
E' così che mi sono sentita quando ho capito di poter tornare a vivere, che tutti possono farlo, anche io.